Amara terra mia

Io sono nato e cresciuto in Calabria, precisamente nella piana di Gioia Tauro. 

Ogni volta che lo dico a qualcuno, da Roma in su, la prima reazione è un laconico “Ah…”. Io rispondo con un divertito “Eh” e il mio sorriso sembra accordare al mio interlocutore il permesso di continuare: “Ma è vero che vi sparate per le strade?”. No, non è vero. Ma lo stereotipo della Calabria come un selvaggio West in cui ci si sfida a duello sotto il sole cocente mentre le vecchiette bardate di nero chiudono frettolosamente le persiane è assai duro a morire.

Per carità, noi calabresi abbiamo messo del nostro, in questa costruzione distorta di uno stereotipo da videogioco sparatutto.

Una nota esplicativa: scrivo “noi calabresi” perché continuo a sforzarmi, ormai da 40 anni, a sentirmi parte di una comunità, ad abbracciarne con fiera rassegnazione il destino. 

Però, a essere sinceri, io non mi sento responsabile per nulla dell’immagine della mia terra nel resto d’Italia. Io ho sempre provato, nel mio piccolo e temo con scarsi risultati, di scardinare i cliché. Volente o nolente, sono comunque nato qui. Non scegli dove nascere, questo è chiaro. Succede solo che, crescendo, a un certo punto ti accorgi di dove ti trovi, qual è l’ambiente sociale ed economico in cui sei costretto a vivere. Per un ragazzino calabrese, soprattutto se poco conforme al modello locale dominante, accorgersi di vivere nella piana di Gioia Tauro non è roba da poco.

Chi cresce qui passa gran parte dell’adolescenza a combattere contro due sentimenti opposti: da un lato la gratitudine di vivere in Calabria, una terra di una bellezza tragica e struggente, selvaggia e indomabile; dall’altro, la frustrazione di non poter accedere a molte cose che i tuoi coetanei che vivono in altre zone d’Italia hanno. 

Parlo di 30 anni fa, sia chiaro, perché forse i ragazzini di oggi hanno più possibilità rispetto alla mia generazione. 

Sono cresciuto in un paesino in cui erano praticamente inesistenti i luoghi di aggregazione, se escludiamo azione cattolica o gioventù francescana. Sono cresciuto in un paesino in cui, da adolescenti, passavamo le nostre giornate in sella a un motorino (il mio era un Booster nero) a percorrere avanti e indietro la stessa via per ore e ore. La “via dell’amore”, la chiamavano, perché da un motorino all’altro partivano le occhiate alla ragazzina o al ragazzino che ti piaceva. 

Nel mio paesino lo sport era solo uno: il calcio. Giocavamo per strada ed era anche bello. Due grosse pietre a far da pali della porta, le squadre sempre poco equilibrate formate ‘o toccu (a sorte) e gli smadonnamenti quando si perdeva e partiva l’immancabile sfottò.

Chi non amava il calcio era perduto. Non aveva altre valvole di sfogo. Era un ragazzino strano, nu figghjolu curiusu, perché osava rinnegare l’unico sport concesso dalle convenzioni sociali ai ragazzini maschi del paese.

Chi si sentiva altro, chi desiderava altro, chi sognava altro, doveva arrangiarsi. Dopo la scuola media diventava più agevole perché eravamo costretti ad andare a studiare nei paesi vicini e si entrava in contatto con altre realtà. Dieci km di distanza possono essere anni luce, nella piana di Gioia Tauro.

Io, ad esempio, ho scoperto Palmi. Per me era l’Eldorado. Rispetto al mio paese sembrava New York. I miei compagni di classe giocavano a basket e avevano addirittura dei campetti pubblici per farlo. Da noi c’era solo un campo da tennis che a un certo punto, senza il permesso di chicchessia, era stato trasformato a furor di popolo in campo da calcio arrangiato alla bell’e meglio.

I cinque anni del liceo per me sono stati gli anni della scoperta di tante cose che avrei potuto e voluto ottenere ma che fino a quel momento a stento conoscevo. E non era una questione sociale o economica, perché io ero anche tra i fortunati nati in una famigghia bbona. La questione era squisitamente culturale. Semplicemente, per la stragrande maggioranza dei ragazzini del mio paese, certe cose non erano a portata di mano. Punto.

È proprio negli anni del liceo che il rapporto con la mia terra è diventato più problematico. Sognavo di diventare giornalista e capivo che farlo qui sarebbe stato difficile se non impossibile. Eppure il legame con la terra scura degli uliveti era ancora viscerale. Non riuscivo ad andar via, tanto che al momento della scelta dell’università volevo optare per Scienze Politiche a Messina. Weekend garantito a casa di mammà, tranquilla vita di provincia. Per fortuna i miei genitori hanno creduto nel mio sogno più di quanto ci credessi io e mi hanno praticamente costretto a tentare il test di ammissione a Scienze della Comunicazione alla Sapienza. Sì, c’era ancora il numero chiuso ed eravamo 6500 per 600 posti. Ero tranquillo: non sarei mai entrato. 

Stacco: quattordicesimo in graduatoria, papà e mamma felicissimi e io disperato.

A pensarci adesso, a 22 anni di distanza, quel

test di ingresso mi ha salvato la vita e mi ha permesso di realizzare tutti i miei sogni.

Ma questa è un’altra storia. Torniamo alla Calabria.

Cos’è che provo oggi, a 40 anni, dopo oltre vent’anni a Roma, per la mia terra? Dolorosa indifferenza, direi. Ci torno per i miei genitori, per mamma che non sta bene, per i miei nipoti che adoro. E poi? C’è qualche altro motivo che mi spinge a tornarci di tanto in tanto?

Forse lo scoglio dell’Ulivarella battuto dalle onde del mare d’inverno? Forse le distese a perdita d’occhio di ulivi e di aranci che colorano di verde scuro le campagne? Forse gli angoli nascosti tra montagne selvagge e poco conosciute che ogni tanto vado a scoprire per placare il senso di colpa di non conoscere abbastanza la mia zona?

Sono tutte cose che amo alla follia e che mi fanno dire senza ombra di dubbio che la Calabria è bellissima.

Ma davvero basta questo per mantenere un legame con una terra infame? Basta la retorica alla “Calabria mia”, con Mino Reitano che cantava disperato che “i megghju figghj si ndi jiru fora, pe’ far furtuna ca catina o pedi”?

Io non mi sono mai sentito uno dei figli migliori di questa terra. Forse i migliori sono quelli che hanno il coraggio di restare e provare a cambiare la situazione. Io sono semplicemente una persona che ha capito che per realizzare i propri sogni doveva andar via. Piangendo e soffrendo i primi anni, poi sempre più contento e realizzato. 

Tra chi resta, però, c’è anche tanta gente che si arrende, asseconda lo status quo, fa finta di nulla per il quieto vivere. “Qui le cose vanno così… voi u ‘rrivi tu e u cangi u mundu?”. Quante volte me lo hanno detto! E giù a ridere, a farsi beffe del “romano” che fa l’idealista solo perché qui non ci vive e con le cose brutte di questa terra (‘Ndrangheta in primis) non ci deve combattere ogni giorno.

Giusto, questo lo capisco. Umanamente lo capisco. Ma per me è inconcepibile arrendersi al “qui le cose funzionano così” e assistere, sempre più impotenti e sempre più aridi, allo sfacelo sociale, economico e culturale di una terra bellissima. 

Ecco perché io non mi ci trovo più, da queste parti. Ecco perché quando sono qui mi sigillo in casa e non frequento nessuno. Con molti amici di un tempo, oggi non saprei neppure di cosa parlare. E non perché io sia migliore o peggiore di loro. Semplicemente, ci dividono venti anni di esperienze diverse, modi di vivere diversi, urgenze culturali e oserei dire politiche diverse. 

Però, persone a parte, continua a esserci la terra che urla il tuo nome come il lamento di una prefica. È la Calabria, che è come una mamma apprensiva che per far mangiare te resta a digiuno per giorni. È un abbraccio pieno d’amore ma anche troppo stretto, asfissiante, dal quale non riesci a liberarti. È un sapore forte che non tutti gli stomaci possono sopportare. 

La Calabria dà tantissimo ma in cambio chiede molto di più. 

E forse, semplicemente, io alla Calabria non ho più nulla da dare né da chiedere. Forse è il momento di lasciarsi senza rancore, senza però venire additato come il traditore della terra natia.

Il mio cuore è fatto di terra nera e acqua di fonte, di brezza marina e profumo d’agrumi. E questo non potrà cambiarlo mai nessuno. Ma è ora di andare senza voltarsi indietro. Perché se ti volti indietro anche per un secondo, rischi di incrociare lo sguardo rugoso e tragico della Calabria, quello sguardo acquoso che ti fotte di nuovo. Se ti volti indietro, torni. E non devi tornare, non più. 

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