So scrivere perché non so parlare

Dico sempre, con cognizione di causa, che io so fare una cosa sola nella vita: scrivere. Non so fare altro, davvero. Non so nemmeno attaccare un chiodo al muro, per esempio. Non sono mai stato bravo nello sport. Non ho talenti artistici di alcun genere. So solo scrivere. 

Da quando sono ragazzino mi sento dire che è un dono, un talento naturale, qualcosa di innato. Cazzate. Tutte cazzate. Nessuno sa davvero perché ho cominciato a scrivere e non ho più spesso. Nessuno al mondo lo sa. 

Ho imparato a scrivere molto presto, quando non avevo nemmeno 5 anni. Non ero un bambino prodigio, semplicemente mia nonna era la maestra elementare più brava della storia dell’umanità e si mise di impegno. A cinque anni scrivevo, facevo i primi conti semplici semplici e conoscevo le capitali di quasi tutti i Paesi del mondo. Merito di nonna, ripeto, mica mio. Io mi limitavo a seguire le sue lezioni sul tavolo del tinello, mentre lei preparava le crocchette di patate o tagliava velocemente gli gnocchetti fatti in casa che mi piacevano tanto. 

La scoperta della scrittura coincideva con una scoperta decisamente meno entusiasmante: in quello stesso periodo ho acquisito la consapevolezza di essere balbuziente. Mi incagliavo sulle parole, mi ingolfavo come un motorino che non voleva saperne di mettersi in moto. All’inizio non capivo, non mi davo pace. Perché non riesco a parlare normalmente, come tutti gli altri? Ricordo con impressionante dovizia di particolari la sensazione di terrore che mi assaliva quando mi rivolgevo a qualcuno in pubblico, quando magari dovevo semplicemente chiedere un gelato all’alimentari dietro casa. Avevo tante cose da dire ma non potevo dirle. Come quegli incubi in cui muovi la bocca ma non emetti suoni e vai nel panico. Io mi sentivo esattamente così. 

La situazione è diventata drammatica con l’inizio della scuola. Ogni interrogazione era una via crucis. Un giorno, alle elementari, stavo sudando sette camicie per ripetere la lezione di storia alla maestra e una mia compagna mi aveva interrotto per mostrare alla classe un suo disegno. Avevo perso il ritmo e non riuscivo più a ripartire e ho reagito malissimo: mi sono messo a urlare, ho accartocciato l’orrido disegno della mia compagna e sono andato di corsa in bagno piangendo. Serving drama since 1980. 

Tra le elementari e le medie, dunque, ho cominciato a scrivere compulsivamente semplicemente perché non riuscivo a parlare. Mettevo su carta tutta la voglia di esprimermi che mi si bloccava in gola e non riusciva a trasformarsi in parole. 

Scrivevo tantissimo, così tanto che a un certo punto mi faceva male la mano. E scrivevo qualsiasi cosa: poesie stupide, articoli di giornale fasulli, persino piccoli saggi storici. Roba che a rileggerla oggi fa accapponare la pelle, ovviamente, ma all’epoca quella grafomania incontrollata mi ha salvato la vita. A 10 anni, esattamente a 10 anni, ho deciso che nella vita avrei fatto il giornalista. Non per il sacro fuoco, nossignore. Semplicemente perché era l’unico mestiere che mi avrebbe permesso di esprimermi pubblicamente senza sembrare un disco rotto. 

So scrivere, dunque, perché non avevo altro. Ho imparato a scrivere decentemente perché l’alternativa sarebbe stato un silenzio frustrante e disperato. 

Sono ancora balbuziente, anche se si nota meno e ormai ho imparato qualche trucchetto per fregare il bug. Ho ancora il terrore di dover parlare in pubblico ma lo faccio lo stesso, perché non sono più un ragazzino impaurito e affronto la cosa con una consapevolezza diversa. Non ho mai letto in pubblico e non lo faccio nemmeno adesso perché io non so leggere ad alta voce senza balbettare, senza trasformare un frase di senso compiuto in una serie imbarazzante di suoni cacofonici. 

Migliaia di volte, in 41 anni di vita, avrei voluto dire delle cose che non ho mai detto per vergogna e paura di balbettare. Migliaia di volte questo difetto ha limitato le mie capacità, mi ha vietato di fare tantissime cose, anche professionali, che avrei voluto e potuto fare. Per fortuna c’è sempre stata la scrittura. Per fortuna non ho mai smesso di scrivere. Prima per sopravvivere, poi per lavoro. Ora, forse, solo per abitudine. 

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