Sono cresciuto così, tra un’enciclopedia e Fantastico

Da bambino ero il figlio che ogni genitore vorrebbe avere. Mai un eccesso, mai un rischio, mai una follia pericolosa, mai un’amicizia sbagliata, mai una bravata. Ero fragile ed emotivo ma totalmente innocuo. Mi si accontentava facilmente: bastavano i pupazzetti dei Masters of the Universe (con tanto di castello di Greyskull), qualche enciclopedia polverosa e pesantissima da sfogliare, un atlante geografico da consumare, un piatto di pasta al pomodoro e una tv. Non davo fastidio, non creavo problemi. Ero persino terribilmente timido e a pensarci adesso, che non lo sono affatto, viene da ridere. In più, giusto per non farsi mancare nulla, avevo già le orecchie a sventola ed ero alto un metro e un barattolo.Ero solitario e questa cosa è durata fino a metà liceo. Stavo bene da solo, pensavo che il mio scopo fosse, già allora, quello di imparare, leggere, documentarmi. Ero spinto da una curiosità morbosa che non si saziava mai. C’era sempre qualcosa che non sapevo. C’era sempre una pagina dell’enciclopedia che non avevo ancora letto. C’era sempre una capitale che non avevo ancora imparato. E io allora pensavo che prima o poi sarei arrivato alla fine del libro, all’ultima voce, all’ultimo atollo sperduto nel Pacifico. Che tenero! Avrei scoperto solo più tardi che no, non esiste una fine per chi è divorato dal demone della curiosità. Non si sa mai abbastanza e quello che si sa diventa solo un passaggio intermedio verso il livello superiore, in una scalata appassionante di una vetta che non si raggiungerà mai. Per fortuna questo mio predominante lato da topo da biblioteca era mitigato dal richiamo della tv di quegli anni. Tutto si svolge tra il 1985 e il 1993 e in quegli anni la televisione (soprattutto quella privata) raccontava a tutti, quindi anche a noi bambini, di un mondo leggero, eccessivo, colorato, disimpegnato. Quella leggerezza, che non mi sembrava all’epoca e non mi sembra adesso priva di contenuti, mi ha salvato la vita. Senza quella brezza giocosa ad addolcire l’afa della curiosità enciclopedica, probabilmente sarei morto soffocato. Intellettualmente parlando. Sanremo e Drive In, i Fantastico di Baudo e le coreografie di Lorella Cuccarini, i cartoni giapponesi, i rebus di Bis e le portate del Pranzo è servito, Bim Bum Bam e le poppe di Tinì Cansino: queste sono alcune delle suggestioni che hanno formato una parte di me. Nella mia mente, che è sempre stato un luogo sin troppo affollato, tutta questa roba disimpegnata e pentapartitica conviveva con l’enciclopedia storica dell’università di Cambridge, con le dispense settimanali dalla copertina arancione che mio padre mi comprava all’edicola (ogni numero era dedicato a un tema), con la nonna che mi recitava a memoria i canti della Divina Commedia mentre io la guardavo rapito. Crescendo, dopo aver immagazzinato una quantità enorme di informazioni, a un certo punto mi sono accorto che non sapevo che farmene, se non consolarmi con il fatto di essere più colto della media dei miei coetanei. Nella vita di ogni giorno, però, saper spiegare come si è arrivati alla Rivoluzione d’Ottobre o analizzare la figura di Gorbaciov, non serviva davvero a un cazzo. L’adolescenza mi ha sorpreso così, chino sui libri. Mi ha ticchettato sulla spalla e mi ha detto: “Ok, bravo. E ora che si fa?”. Non ne avevo la più pallida idea. Non ero pronto alle prime cotte. Non ero pronto a farmi valere tra i coetanei facendo il bulletto (cosa che fortunatamente non ho mai imparato a fare). Non ero pronto a un sacco di cose. E non sarei stato pronto neppure quando un’altra ticchettata sulla spalla, circa un decennio dopo, mi avrebbe presentato il conto di altri non detti, di altre cose che non sapevo. Ma questa è un’altra storia che prima o poi toccherà raccontare. Per adesso basti sapere, però, che quello che sono adesso è merito di quegli anni lì, quelli dal 1985 al 1993. Anche quello che avrei scoperto dopo è nato e si è alimentato in quel periodo. Anche quello che faccio ogni giorno, per lavoro o per diletto, è figlio di quel contesto culturale. Tornassi indietro, nonostante le mancanze, le lacune, i vuoti di consapevolezza che ho provocato all’epoca, rifarei le stesse cose, sarei ancora quel ragazzino solitario, quel figlio perfetto, quello scricciolo (sì, ero anche magrissimo) emotivo che passava il giorno a leggere o a giocare con He-Man e la sera a guardare Drive In o a imparare la sigla (parole e coreografia) dello show del sabato sera. Quegli anni godono di una brutta stampa a causa di quello che arrivato dopo, dal 1993 in poi, non sono nella mia storia ma anche in quella di questo Paese. Ma anche questa è un’altra storia e non ho la minima voglia di raccontarla adesso.

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