L’impostore

Sapete cos’è la sindrome dell’impostore? È quella sindrome a causa della quale pensiamo di non meritare il successo o anche solo semplicemente il lavoro che abbiamo. E viviamo nel terrore che questa “truffa” venga allo scoperto, esponendoci al pubblico ludibrio. È una condizione psicologica vera, quindi non voglio certo banalizzare. Però, ecco, io a volte credo di esserci dentro fino al collo. Fino a quando ho fatto il giornalista ero tranquillo. So di saper scrivere. Anzi, per la precisione so che scrivere è l’unica cosa che so fare nella vita.

Ho sempre voluto scrivere, ho sempre scritto. Quando, a un certo punto della vita, davanti a me ho trovato aperta quella sliding door che mi ha portato a lavorare per la tv, da un giorno all’altro ho abbandonato l’unica cosa che sapevo fare e mi sono buttato a capofitto in quello che all’epoca era il vuoto. Badate bene: ho scritto “lavorare per la tv”, non altro. Perché io non riesco proprio a concepire l’idea che io faccia un mestiere preciso, quello dell’______ televisivo. Ecco la mia sindrome dell’impostore. 

Faccio questo mestiere da quattro anni e credo di avere imparato molto. Qualcuno addirittura ha il barbaro coraggio di dirmi che sono bravo, che lo so fare e che devo continuare a farlo. Io no. Io la penso all’opposto. Io vivo nel costante terrore che la truffa di questo infiltrato in un mondo che non gli appartiene venga scoperta. Non ho bisogno che rispondiate a questo post dicendo quanto sono bravo o dedito a quello che faccio. Sarebbe completamente inutile. Continuerei (e continuerò) a sentirmi un impostore.

Quando, a gennaio scorso, ho visto per la prima volta il mio nome tra i titoli di testa di C’è posta per te mi è venuto quasi un attacco di panico. Cosa c’entro io in mezzo a quella gente che fa questo mestiere da decenni, che lo ha sempre fatto, che ha fatto tutta la trafila, una gavetta lunghissima, e sa davvero come si fa la tv? Mi mancava il respiro, in quel momento, e non riuscivo a darmi una risposta. A nulla è servito ripercorrere le cose belle che sono successe in questi quattro anni. A nulla sono servite le esperienze, gli insegnamenti, i furti con gli occhi che ho fatto (e continuo a fare) quando vedo all’opera gente con una marcia in più.

Quella sensazione strana non mi viene quando sto lavorando, per fortuna. In quei momenti sono concentrato così tanto su quello che faccio che non avrei neppure tempo e modo di farmi prendere dal panico. Il fattaccio succede quando mi astraggo dalla mia vita professionale e la osservo dall’esterno. È in quel momento che l’impostore prende il sopravvento e si chiede quanto ancora durerà questa “truffa”. Ci sto lavorando, giuro. E dentro di me, nascosta chissà dove, c’è la consapevolezza che in questi quattro anni ho fatto cose belle, importanti, mettendoci tutto me stesso e anche di più. Ora tocca farla venire allo scoperto. Oppure, alla peggio, c’è sempre l’unica cosa che so fare nella vita.

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